sabato 24 novembre 2012

Leggiamo Insieme #1

Buon sera mie cari Ent oggi nasce la rubrica Leggiamo Insieme che verra pubblicata ogni sabato,  scommeto che vi state chiedendo cosa sia ed eccovi la risposta essa non è un concorso letterario ho una letura collettiva ma consiste nel presentarvi un estratto, ho il primo capitolo di un libro a mia scelta, cosi da farvelo conoscere tramite la lettura di questa anteprima sono accette anche richieste ^_^ il libro che ho scelto e il seguente:

Jenna Black, lo specchio delle fate

Prologo

La goccia che fece traboccare il vaso fu la presenza di mia madre, completamente ubriaca, al saggio di musica. Non parlo di essere alticci: intendo barcollare, farfugliare… insomma, tutti sanno cosa vuol dire essere ubriachi. E, come se questo non bastasse, era anche in ritardo, così quando spinse la porta per entrare, praticamente cadendo su una delle sedie di metallo in fondo alla stanza, tutti si girarono a guardarla, irritati perché aveva interrotto lo spettacolo. Io ero dietro le quinte e avrei voluto sprofondare nel pavimento per la vergogna. La signorina Morris, la mia insegnante di canto, era l’unica persona nella stanza che avesse capito che la causa di tutto quel trambusto era mia madre. Ho sempre evitato qualsiasi contatto tra lei e gli studenti di questa scuola – l’ultima che stavo frequentando, quella in cui speravo di prendere il diploma, se fossimo riuscite a trascorrere, una volta tanto, due anni nello stesso posto. Quando fu il mio turno, la signorina Morris mi lanciò uno sguardo comprensivo prima di mettere le mani sul pianoforte. Sentii il viso diventare bollente per l’imbarazzo e mi venne un groppo alla gola: avevo paura che la voce mi si sarebbe incrinata non appena avessi aperto bocca. Ho una bella voce – eredità della mia super-segretanon-ditelo-a-nessuno origine fae. Sinceramente non avevo proprio bisogno di lezioni, ma erano state una buona scusa durante le vacanze estive per uscire di casa ogni tanto, un impegno che non richiedeva troppo tempo. Le lezioni di canto calzavano a pennello. In più, mi ero anche divertita. Il cuore mi batteva forte nel petto e le mani cominciarono a sudarmi non appena la signorina Morris iniziò a suonare il preludio. Cercai di concentrarmi sulla musica. Se fossi riuscita a eseguire tutta la canzone e a comportarmi normalmente, nessuno nel pubblico avrebbe scoperto che l’idiota ubriaca in fondo alla sala era un membro della mia famiglia. Il preludio finì, e arrivò il mio momento. Nonostante il mio stato d’animo non fosse proprio dei migliori, la musica prese il sopravvento per un istante e mi lasciai trasportare dalla bellezza di Voi che sapete, una delle arie mozartiane che preferivo. Tradizionalmente cantata da una donna che finge di essere un ragazzo, era perfetta per la mia tonalità cristallina da soprano, con un tocco di vibrato che aggiungeva una sfumatura più umana alla mia voce da fae. Raggiunsi con precisione ogni nota e non dimenticai nessuna parola del testo. La signorina Morris annuì in segno d’approvazione un paio di volte mentre eseguivo il fraseggio proprio come lo desiderava. Sapevo che avrei potuto fare di meglio, avrei potuto metterci più sentimento, se non fossi stata così morbosamente consapevole della presenza di mia madre. Terminai l’esecuzione e tirai un sospiro di sollievo. Finché non cominciò l’applauso, almeno. La maggior parte dei genitori applaudì in maniera educata e sincera. Mia madre, invece, mi omaggiò di una standing ovation, richiamando ancora una volta l’attenzione su di sé. E, ovviamente, rivelando a tutti che era lì per me. Se un fulmine fosse caduto dal cielo e mi avesse incenerito in quel momento, ne sarei stata felice. Non avrei dovuto dirle del saggio, lo sapevo, ma c’era una parte di me che desiderava che si presentasse per sentirmi cantare, per applaudirmi e per essere orgogliosa, come una madre normale. Che idiota! Mi domandai quanto ci avrebbe messo quella storia a fare il giro di quella scuola. Al liceo precedente, quando una delle odiose cheerleader mi aveva incontrato mentre facevo shopping con mia madre – un’attività che riusciva a svolgere quasi da sobria – c’era voluto solo un giorno perché tutta la scuola sapesse che era un’alcolizzata. Non che fossi mai stata una delle studentesse più popolari, ma dopo quella storia… Be’, diciamo solo che ero stata contenta di traslocare per l’ennesima volta. Avevo sedici anni e avevamo già vissuto in dieci città diverse, a quanto potevo ricordare. Ci spostavamo così tanto perché mamma non voleva che mio padre ci trovasse. Aveva paura che mi portasse via e, dal momento che lei non era esattamente un genitore modello, lui avrebbe potuto anche riuscirci. Non avevo mai incontrato mio padre, ma mia madre mi aveva raccontato molte cose. La storia cambiava a seconda del suo grado di depressione o di ubriachezza. Ciò di cui ero certa era che lei fosse nata ad Avalon, che avesse vissuto lì la maggior parte della sua vita e che mio padre fosse una specie di pezzo grosso tra i fae. Solo mia madre non aveva capito con chi avesse a che fare mentre lo frequentava. Se ne era resa conto quando era rimasta incinta ed era scappata prima che qualcuno lo scoprisse. A volte mi raccontava di essere fuggita da Avalon perché mio padre era un uomo terribilmente malvagio e avrebbe di sicuro abusato di me se avessi continuato a vivere con lui. Quella era la versione che mi proponeva da sobria, la storia che aveva inventato peressere sicura che non mi interessasse incontrarlo. «È un mostro, Dana», continuava a dirmi mentre mi spiegava perché dovevamo nuovamente traslocare. «Non posso permettergli di trovarti». Ma quando era ubriaca marcia e mi vomitava addosso qualsiasi cosa le passasse per la testa, mi diceva che aveva lasciato Avalon perché, se fossi rimasta a vivere lì, mi avrebbero coinvolto in qualche sporco affare politico, dato che ero la figlia di un fae schifosamente importante e così via. Quando era in quello stato, andava avanti per ore e ore a parlare di quanto fosse meraviglioso mio padre, di quanto lo avesse amato, persino più di se stessa, ma che il suo dovere di madre veniva prima di tutto. Uno spasso! Volevo svignarmela dal saggio prima che finisse, ma non ne ebbi il coraggio. Con molta probabilità mia madre era stata talmente stupida da venire in macchina e di certo non potevo farla tornare a casa in quelle condizioni. Mi sentii in colpa – e non era la prima volta – pensando che la mia vita sarebbe stata migliore se lei fosse morta in un incidente stradale. Mi vergognai per aver fatto scivolare quel pensiero nella mia mente. Era ovvio che non volevo che morisse. Volevo semplicemente che non fosse un’alcolizzata. Non appena il saggio finì, la signorina Morris mi prese da parte e feci quasi fatica a sopportare il suo sguardo compassionevole. «Hai bisogno di aiuto, Dana?», mi chiese dolcemente. Scossi la testa e rifiutai di incrociare il suo sguardo. «No, grazie. Io… mi prenderò cura di lei». Sentii il viso avvampare di nuovo, così cercai di scappare il più in fretta possibile, evitando gli altri studenti che volevano complimentarsi per la mia meravigliosa esibizione (sì, come no!) o avere una bella esclusiva su mia madre per raccontarla a tutti i loro amici. Quando arrivai da lei, vidi che stava cercando di socializzare con gli altri genitori. Era troppo fuori controllo per rendersi conto del sottile messaggio, sei una alcolizzata lasciami in pace, che stavano cercando di mandarle. La presi per il braccio ed ebbi l’impressione che tutti mi stessero fissando. «Forza, andiamo a casa», dissi tra i denti. «Dana!», urlò. «Sei stata magnifica!». Mi gettò le braccia al collo come se non mi vedesse da anni e mi strinse in un abbraccio soffocante. «Sono contenta che ti sia piaciuto», mi costrinsi a risponderle mentre mi liberavo dal suo abbraccio e cominciavo a dirigermi verso la porta trascinandola con me. Per fortuna sembrava che non le desse fastidio. “Poteva andare peggio”, pensai. Non ebbi neanche bisogno di chiederle se era venuta in macchina, infatti, non appena uscimmo dall’edificio, vidi la sua auto parcheggiata così male da occupare tre posti. Fui grata che non avesse ucciso nessuno. Tesi la mano verso di lei. «Le chiavi». Tirò su col naso e cercò di darsi un contegno. Un’impresa veramente difficile quando si è appena stati costretti ad aggrapparsi al corrimano della scalinata per non cadere a testa in giù nel parcheggio. «Sono perfettamente in grado di guidare», mi comunicò. La rabbia mi bruciava nel petto, ma sapevo perfettamente che esplodere non mi avrebbe fatto bene, anche se era ciò che desideravo. Se fossi riuscita a fingere di essere calma e ragionevole, l’avrei infilata sul sedile del passeggero molto più in fretta, nascondendola alla vista di tutti. L’ultima cosa che desideravo era un litigio con urla e schiamazzi in pubblico. Mia madre aveva già fornito agli altri genitori molto materiale di cui parlare. «Fai guidare me», le risposi. «Ho bisogno di fare pratica». Se fosse stata anche solo lontanamente sobria, avrebbe percepito nel mio tono la furia repressa, ma nelle sue condizioni non se ne accorse nemmeno. Con mio grande sollievo, però, mi allungò le chiavi. Guidai fino a casa, le nocche delle mani divennero bianche mentre mi aggrappavo con forza al volante cercando di trattenere la rabbia. Mia madre stava ricominciando a lodare la mia esibizione, ma finalmente la sbronza prese il sopravvento e crollò addormentata. Fui grata per quel silenzio, anche se sapevo che sarebbe stata una vera impresa tirarla fuori dall’auto e portarla dentro casa. Mentre imboccavo il nostro viale d’ingresso e riflettevo su quello che mi aspettava, mi resi conto che non potevo più vivere in quel modo. Nient’altro poteva essere orribile come vivere con mia madre, dover mentire costantemente per coprire il fatto che fosse ubriaca quando in realtà avrebbe dovuto incontrare i miei insegnanti o accompagnarmi a qualche iniziativa scolastica. Da quello che riuscivo a ricordare, avevo sempre vissuto con la paura che i miei amici a scuola – o almeno quei pochi che riuscivo a farmi, visto che ci trasferivamo così spesso – avrebbero scoperto tutto su di lei e mi avrebbero preso per una schizzata. Mi ero resa conto, a mie spese, che quella paura non era del tutto infondata. Fin da quando avevo cinque anni ero stata io l’adulta in famiglia, adesso era arrivato il momento di riprendere in mano la vita. Volevo mettermi in contatto con mio padre e, a meno che non avessi avuto la sensazione che fosse veramente un pervertito, volevo vivere con lui. Ad Avalon. Nella Città Libera che si trovava nel mezzo tra il mio mondo e quello fatato di Faerie, la città dove la magia e la tecnologia convivevano in una pace apparente. Pensai che persino ad Avalon avrei potuto avere una vita più normale di quella che avevo con mia madre. Mi sbagliavo di grosso.

spero che quest'anteprima sia stata di vostro gradimento ^_^ alla prossima

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