sabato 1 dicembre 2012

Leggiamo Insieme #2


Buon pomeriggio mie cari Ent eccoci con un altra puntata dela rubrica Leggiamo Insieme che verra pubblicata ogni sabato,  scommeto che vi state chiedendo cosa sia ed eccovi la risposta essa non è un concorso letterario ho una lettura collettiva, ma consiste nel presentarvi un estratto, ho il primo capitolo di un libro a mia scelta, cosi da farvelo conoscere tramite la lettura di questa anteprima sono accette anche richieste ^_^ il libro che ho scelto e il seguente:  

Marta Palazzesi, Il Bacio Della Morte
Prologo

in uscita Giorno 16 Gennaio 2013
Fissa il pavimento e non reagire, continuavo a ripetermi. Fissa il pavimento e non reagire, o le cose si metteranno davvero male per te questa volta. Peccato l’autocontrollo non fosse tra le mie doti migliori. «Quale assurda ragione potevi mai avere per cercare di raggiungere il Mondo Sotterraneo?» La voce di Ranya, la mia capo Master, era un misto di rabbia, incredulità e disgusto. Si avvicinò a me con studiata lentezza, facendo risuonare i tacchi dei suoi stivali sul pavimento di marmo della sala. Anche se sapevo che sfidarla con lo sguardo non era affatto una buona idea, non riuscii a trattenermi. Alzai lentamente la testa verso di lei, e i suoi occhi scuri fiammeggianti di collera mi colpirono come un pugno allo stomaco. Dopo un istante che sembrò infinito, Ranya mi liberò dal suo sguardo e si voltò verso la sala, quasi alla ricerca di una risposta sensata che sapeva io non sarei mai stata in grado di darle. Nemmeno il buonsenso era tra le mie doti migliori. Tornò a fissarmi rabbiosa. «Cosa diavolo ti stava passando per la testa? Ti sei comportata in modo inaccettabile, mai nessuno prima di te ha cercato di fare una cosa simile! Mai!» Fece una pausa per riprendere fiato e quando parlò di nuovo la sua voce era pericolosamente bassa e calma. «Verrai punita, e severamente, questa volta.» Rimasi in silenzio, tornando a fissare il pavimento. La sala dei Master era gremita e potevo quasi sentire tutti quegli sguardi di disapprovazione bruciarmi sulla schiena. E – detto tra noi – li meritavo dal primo all’ultimo. Scendere nel Mondo Sotterraneo? Sì, questa volta avevo davvero esagerato. Ma avevo avuto dei buoni motivi per farlo, anche se nessuno sembrava volerlo capire. Chiariamo una cosa, prima: il Mondo Sotterraneo non è l’Inferno. All’Inferno ci andate dopo che siete morti, nel Mondo Sotterraneo potete entrarci anche da vivi, ma non è detto che ne usciate come tali, anzi, è altamente improbabile. È un luogo orribile, popolato da demoni spietati e crudeli chiamati Azura, e io sono una di quelli che dovrebbe cacciarli e ucciderli senza pietà, non cercare di intrufolarmi in casa loro. Forse dovrei dirvi cosa sono io, adesso. Sono un mezzo demone, nato dall’unione tra un’umana (la mia adorabile e instabile madre) e un demone (mio padre, ma non spenderò molte parole in merito). Essere un mezzo demone ha i suoi vantaggi, come grande forza e coordinazione. E, nel mio caso, un potere speciale ereditato  direttamente dal mio “amato” padre: controllare i sogni. Sapete cos’è un Incubo, vero? Se non lo sapete… be’, è troppo complicato da spiegare adesso, quindi arriviamo al punto: perché ho cercato di raggiungere il Mondo Sotterraneo? Forse dovrei cominciare dall’inizio.

Primo Capitolo 

«Non posso credere che sia già estate! Ci pensi? Io e te sulla spiaggia per un mese intero, a preoccuparci solo di ragazzi e abbronzatura!» La voce squillante di Serena mi risvegliò dallo stato di semi incoscienza in cui ero caduta da ormai una buona mezz’ora, subito dopo aver finito il mio pranzo. L’ erba del prato era soffice, tiepida e confortevole, e il chiacchiericcio soffuso che arrivava alle mie orecchie era ottimo per conciliare il sonno. «Thea? Mi hai sentita?» Erba soffice e chiacchiericcio soffuso non avevano lo stesso ascendente sulla mia migliore amica, a quanto pareva. Aprii gli occhi e puntellai a fatica un gomito sul terreno, alzando la testa per guardarla. «Cosa?» «Le vacanze! Non vedo l’ora» continuò lei raggiante.Seduta accanto a me, sbocconcellava il suo toast con un’eleganza a cui io non sarei mai arrivata nemmeno in mille anni di vita. «Sì, anche io» risposi, tornando a distendermi sul prato. Forse avevo ancora una piccola speranza di riuscire a riaddormentarmi. «Mi sembra ieri il primo giorno di scuola di allenamento» continuò lei imperterrita. «Non è incredibile che siano già passati cinque anni?» Non potevo darle torto, quello era davvero incredibile. Cinque anni di scuola erano passati come un soffio, e adesso ci aspettava un mese di completo riposo prima di immergerci in altri due anni di allenamenti speciali, durante i quali avremmo finalmente potuto uccidere i mostri che avevamo imparato a odiare fin da piccole. «Ci pensi?» Serena mi rivolse uno dei suoi sorrisi radiosi e scintillanti. «Le Cicladi! Potremo perfino affittare una barca e fare il giro di tutte le isole! Sarà fantastico!» Mi rassegnai a svegliarmi del tutto e mi misi a sedere, incrociando le gambe e affondando le mani nell’erba. «Già, sarà incredibile» concordai con un sorrisetto. Ero certa che io e Serena ne avremmo  combinate delle belle durante quei trenta giorni all’insegna del divertimento sfrenato e della libertà. Be’, semi libertà dato che avremmo avuto le guardie di suo padre – Andres Grigor, il capo della nostra società – alle calcagna in ogni momento… ma sempre meglio che rimanere a Palazzo per tutta l’estate. No? «Ho già escogitato un piano per sfuggire alle guardie, se è quello che ti preoccupa. Tranquilla.» Serena mi rivolse il sorriso compiaciuto di chi ha già pensato a tutto. «Ah, sì? Sono proprio curiosa di sentire i dettagli, allora» replicai divertita. «Di solito sono io quella dei piani geniali.» «Oh, certo, proprio geniali. Quand’è stata l’ultima volta che ti hanno beccata a sgattaiolare fuori dal dormitorio? Tre giorni fa?» Scoppiai a ridere. «Se qualcuno di mia conoscenza non fosse inciampato contro l’estintore…» «Ehi, voi due! Smettete di ghignarvela in quel modo!» Cameron Ross, un mio caro amico, emerse dalla folla di studenti e puntò dritto verso di noi tagliando lungo il prato. Serena abbandonò il suo toast all’istante, comin ciando a tormentarsi i lunghi capelli biondi e a sorridere nervosa. A lei piaceva Came. A dire il vero, era pazza di lui ed ero certa che lui lo sapesse. E che ricambiasse la cosa, anche se ancora non si era fatto avanti. Avevo il tremendo sospetto che il motivo non fosse la timidezza – Came era tutto fuorché timido con le ragazze – ma la  posizione di Serena: lei era la figlia del nostro capo, mentre il padre di Came era un demone minore, e sua madre, un’umana, lo aveva abbandonato per non dover giurare fedeltà a Grigor. «Noi avremo un’estate fantastica mentre tu te ne starai qui ad annoiarti» lo derisi una volta che si fu seduto di fronte a noi. Lui allungò una mano per tirarmi i capelli, quel giorno raccolti in una treccia scompigliata che faceva una misera figura in confronto alla perfezione della chioma di Serena. «Ahi!» protestai spintonandolo. «Non sei un po’ troppo cresciuto per queste cose?» Mi massaggiai la nuca dolorante. «Fa male, sai?» «Per te non è mai abbastanza» dichiarò lui scuotendo la testa e passandosi una mano tra i capelli scuri. Poi spostò gli occhi blu, occhi da capogiro, occhi per cui le ragazze impazzivano, su Serena. «Come fai a sopportarla?» «Non è così cattiva» rispose lei sfoggiando uno dei suoi incantevoli sorrisi. «Posso tenere testa alle sue brutte maniere e alle sue battutacce. Abbaia, ma non morde.» «Benissimo, allora.» Mi alzai di colpo, fingendomi offesa. «Vi lascio da soli, liberi di gridare ai quattro venti gli orribili pensieri che condividete su di me» dichiarai in modo teatrale. Serena non riuscì a trattenere un sorrisetto e mi rivolse uno sguardo riconoscente, al quale io risposi con un’alzata di sopracciglia più che esplicita. Poi guardai Came con fare allusivo appena prima di voltarmi. Quei due dovevano davvero darsi una mossa, pensai mentre mi allontanavo lungo il prato. Dato che sarei partita da lì a una settimana, decisi di andare a trovare mia madre. Erano quasi dieci giorni che non la vedevo e mi sentivo terribilmente in colpa. Dalla morte della madre di Serena, avvenuta più di nove anni prima, mia madre non era stata più la stessa. Erano cresciute insieme come sorelle, e quando Sabina era morta, un pezzo di mia madre se ne era andato con lei. Adesso trascorreva le sue giornate chiusa nelle sue stanze, da sola. Cercavo di andare a trovarla il più possibile, ma quelle visite erano davvero deprimenti. Tagliai per il grande giardino rettangolare che divideva il mio dormitorio dal Palazzo vero e proprio, l’edificio dove viveva il padre di Serena, e proseguii attraverso il piccolo bosco che portava alle residenze che ospitavano la maggior parte dei demoni, mezzi demoni e umani fedeli a Grigor. Esistevano altri Palazzi sparsi qua e là per l’Europa, ma il mio era quello che faceva capo a tutti. Era anche uno dei più grandi, nascosto nel bel mezzo dei boschi della Romania ai piedi dei Carpazi, circondato da chilometri e chilometri di terre scure e selvagge. Nell’attraversare il bosco sfilai accanto a un piccolo edificio di pietra con una grossa croce di ferro incastonata nel timpano triangolare. Era la cappella del Palazzo, costruita secoli e secoli prima per gli esseri umani che volevano praticare la loro religione. Anche se noi demoni e mezzosangue non credevamo in nulla, né in Dio né tanto meno nel Diavolo – un demone alto due metri con corna e forcone? Non scherziamo! – la maggior parte degli esseri umani che viveva tra noi era molto devota. Non ho mai capito come la loro coscienza religiosa potesse conciliare il vivere tra creature dotate di poteri inspiegabili con la fede, ma eravamo pur sempre in Romania, patria della Chiesa Ortodossa, no? Come non ho mai capito fino in fondo perché alcuni demoni e mezzosangue facessero di tanto in tanto una capatina dentro la cappella “in cerca di pace e tranquillità”. È vero, dovevo ammettere che era un luogo molto silenzioso, e vi regnava una sorta di calma magica, irreale ma… divina? Non per me. Superata la cappella, arrivai finalmente a intravedere le residenze – un gruppo di villette di pietra e mattoni caratterizzate da elaborate decorazioni gotiche – e mi diressi verso quella in cui viveva mia madre. Salutai la guardia all’ingresso e presi le scale per raggiungere il secondo piano. «Mamma?» bussai piano alla porta della sua camera. Attesi qualche secondo, e solo quando sentii un debole «Avanti», entrai. Mia madre era seduta su una grossa poltrona di velluto rosso sistemata di fronte alla finestra, di spalle rispetto alla porta. Portava i lunghi capelli biondi come faceva sempre, raccolti in una treccia sottile, e un vestito di seta verde scuro le fasciava il corpo magro. Sembrava così fragile. Dopo qualche istante, girò la testa verso di me e mi guardò con un sorriso talmente triste e stanco da farmi venire i brividi. «Ciao, tesoro.» Mi avvicinai a lei. «Ciao, mamma. Cosa stai facendo?» domandai cauta. Alzò le spalle, tornando a guardare con occhi vacui fuori dalla finestra. «Pensavo al passato.» Oh, questo non va affatto bene, dissi tra me e me. Proprio per niente. Osservandola con un po’ più di attenzione, mi resi conto che probabilmente non dormiva da giorni. Ombre scure le circondavano gli occhi azzurri, e la sua pelle era pallida. Mia madre aveva sempre avuto una carnagione chiara, ma quel giorno il suo pallore aveva un che di innaturale e malato. Sospirai. Non potevo fare molto per curare la sua depressione, ma potevo aiutarla a dormire un po’. «Mamma.» Le toccai un braccio con gentilezza. «Perché non ti riposi?» Lei mi guardò con un sorriso incerto, spostando lo sguardo da me all’enorme letto a baldacchino che troneggiava in mezzo alla stanza. «Non so se è una buona idea» disse. «È tutto a posto, mamma» la rassicurai. «Non devo allenarmi questo pomeriggio, ricordi? Posso usare il mio potere e riposarmi più tardi.» Questo bastò a convincerla. Sorrise e si alzò in piedi, reggendosi allo schienale della poltrona. «Ti ringrazio, tesoro.» La aiutai a sdraiarsi sul letto. «Hai qualche richiesta?» domandai. Magari avrebbe preferito sognare di trovarsi in posti esotici o di andare in giro per negozi o chissà cosa. Sperai solo che non mi chiedesse di farle sognare Sabina, perché non ero certa di riuscire a soddisfare la sua richiesta. «No, mi fido di te.» «Va bene.» Mi sedetti sul letto accanto a lei e aspettai in silenzio che si addormentasse. Non ci impiegò molto considerato quanto era spossata. Poi le presi una mano e chiusi gli occhi a mia volta, iniziando a creare il suo sogno. Mia madre amava i fiori, così diedi forma a un giardino. Un piccolo, intimo giardino, con un gazebo di legno al centro, alcuni cespugli di rose multicolori e perfino un bel ruscello gorgogliante. Per completare il tutto, aggiunsi una panchina bianca e un cerbiatto. Mia madre apparve un istante dopo, serena e rilassata come non mai. Sospirai dentro di me. Era proprio un sogno. Si sedette sulla panchina e cominciò a guardarsi attorno, come in attesa di qualcosa. Sapevo quello che stava aspettando e che l’avrebbe resa ancora più felice: mio padre. Così – e questo sì che fu un gran bello sforzo per me, credetemi – feci comparire anche lui, vestito con un completo scuro e una camicia blu chiaro. In un momento di estrema intimità, mia madre mi aveva raccontato che era vestito proprio così la prima volta che si erano incontrati a Londra, a una cena organizzata da Grigor. Non appena lo aveva visto, aveva pensato che lui fosse un uomo affascinante, garbato, gentile… «Bel completo» disse all’improvviso una voce alle mie spalle. «Oh, merda» mormorai, voltandomi di scatto e incontrando gli occhi scuri di mio padre, sormontati da sopracciglia altrettanto scure. Ero felice di non avere preso da lui il colore dei miei occhi – il verde batteva decisamente il nero – ma dovevo ammettere che i miei capelli erano identici ai suoi: folti, ribelli e scuri. Lo guardai di traverso. Si era intrufolato nella mia mente attraverso il sogno di mia madre, e non avevo la più pallida idea di come fosse riuscito a fare una cosa del genere. La cosa mi irritava non poco, ma dal più potente Incubo in circolazione era il minimo che mi potevo aspettare. «Espressione colorita. È questo quello che ti insegnano a scuola?» Alzai gli occhi al cielo. «Sono autodidatta.» «Già, lo immagino.» Spostò lo sguardo da me a mia madre. «Come sta?» «Va’ a trovarla un po’ più spesso e potrai risponderti da solo» dissi seccamente. «Ho molte cose di cui occuparmi. Dovresti saperlo.» «Dovrei?» borbottai a mezza voce, dandogli di nuovo le spalle e tornando a concentrarmi sul sogno. Non potevo permettermi di distrarmi con il rischio di rovinare tutto, quando dare vita ai sogni richiedeva la massima concentrazione, almeno da parte mia. Inutile dire che mio padre li creava senza il minimo sforzo. Mi irritava così tanto anche per quello. Osservai corrucciata mia madre mentre parlava e sorrideva a mio padre, guardandolo con affetto e amore. Perché mai provasse ancora quei sentimenti per lui era un mistero. Così come era un mistero cosa l’avesse spinta vent’anni prima ad abbandonare Londra e la sua famiglia – che io non avevo mai avuto modo di conoscere – per seguire lui in Romania. «Non te la cavi poi tanto male» sentii dire a mio padre – quello vero, quello fastidiosamente alle mie spalle – dopo un po’. «E questo cosa sarebbe, un complimento?» «Una semplice constatazione. E poi la scelta di tingere il ruscello di rosso… un po’ teatrale forse, ma di grande effetto.» «Cosa?» esclamai, guardando in direzione del corso d’acqua. Ottimo, stava davvero diventando rosso. E, fantastico, il cerbiatto era svanito nel nulla e alcuni cespugli stavano morendo. «È tutta colpa tua!» Guardai mio padre con rabbia. «Cos’è, sei venuto qui apposta per disturbarmi?» Lui non si prese nemmeno la briga di rispondere e si limitò a fare un piccolo gesto con la mano. Nel giro di un batter d’occhio era di nuovo tutto a posto: fiume, cerbiatto e cespugli. «Questo non mi è di grande aiuto» protestai. «Dovresti insegnarmi!»  Lui mi rivolse un sorrisetto sarcastico. «Dovrei?» E poi scomparve. Cercando di trattenere la mia frustrazione, tornai a concentrarmi su mia madre. Mio padre era davvero impossibile ed era una fortuna che avessi a che fare con lui assai di rado. Il nostro rapporto si limitava a una serie di incontri casuali all’interno del Palazzo, non più di un paio di volte alla settimana. E meno male. Se fossi stata costretta a vederlo tutti i giorni sarei impazzita. Credo che provasse la stessa cosa nei miei riguardi, comunque: si era sempre interessato talmente poco a me che era stata mia madre a darmi il proprio cognome, e non lui, come invece sarebbe stato normale che fosse. Ma, del resto, la normalità non era una delle prerogative di mio padre e io il suo stupido cognome non lo volevo nemmeno. Quando fui certa che mia madre avesse riposato abbastanza, uscii dai suoi sogni e lasciai la stanza senza svegliarla. Una volta chiusa la porta realizzai che era passato molto più tempo del previsto, e avevo ancora un trilione di cose da fare prima della partenza con Serena. Cominciai a camminare veloce lungo il corridoio in direzione dell’uscita, quando qualcosa di estremamente fastidioso, perfino più di mio padre, si mise sulla mia strada. «Guarda un po’ cosa abbiamo qui, Miss Eleganza in persona. Però, come sei carina oggi. La maglietta l’hai trovata nella spazzatura o è l’avanzo di qualche negozio?» Mi trattenni a stento dal piazzare un pugno in mezzo al perfetto faccino di Caterina, una compagna di allenamento con cui non andavo particolarmente d’accordo. «Levati di torno se non vuoi ritrovarti con il naso rotto» la minacciai. «Oh, Thea, le tue maniere sono deliziose, quasi quanto i tuoi vestiti» mi schernì lei con un sorrisetto irritante. Grandioso. Dopo l’incontro con mio padre ci mancava anche un bel faccia a faccia con la versione in carne e ossa di Barbie mora. Non le tirai davvero un pugno solo perché i suoi genitori erano i consiglieri di Grigor, e non volevo rischiare di mettere Serena in imbarazzo, cosa in cui di solito riuscivo molto bene. «E che scarpe carine,» aggiunse «le hai rubate a un barbone?» Mi sforzai di mantenere la calma, ricordando a me stessa che se Caterina mi odiava tanto era anche in parte responsabilità mia, non che all’improvviso avessi deciso di pentirmene. La faida aveva avuto inizio alle medie, quando lei aveva cercato in tutti i modi di diventare amica di Serena e – potrà suonare meschino – io avevo manifestato in modo ben più che esplicito la mia contrarietà alla cosa. Così esplicito da farle rinunciare già dopo pochi giorni. Non avevo tenuto Caterina lontana da Serena soltanto per antipatia personale, ma perché sapevo bene che tipo di persona fosse: doppiogiochista, approfittatrice e falsa. Voleva essere amica di Serena solo per il suo status, ed era una cosa che mi aveva sempre disgustata. E che mi disgustava ancora. Le rivolsi un’occhiata di sufficienza, anche se di fatto era vestita e pettinata come una top model. Jeans attillati, camicetta lilla, ballerine di velluto e boccoli scuri acconciati alla perfezione. Io invece indossavo dei jeans strappati (non nel senso modaiolo del termine, i miei erano proprio rotti), una t-shirt bianca che aveva visto giorni migliori e delle ballerine che un tempo dovevano essere state argentate, ma che ora erano grigio topo. Su una cosa Caterina aveva ragione: il mio armadio necessitava di un bel ripulisti, ma di certo non lo avrei mai ammesso davanti a lei. «Già, le mie maniere sono squisite» replicai, ignorando l’insinuazione sulle mie scarpe. «E anche il mio pugno.Vuoi che te lo faccia assaggiare?» L’idea di un livido in faccia sembrò spaventarla. Mosse un passo indietro, senza perdere il suo sorriso sarcastico. «Sei una psicopatica, Thea. Non piaci a nessuno, ti sopportano tutti solo per Serena. Tu e quella patetica di tua madre…» Caterina non poté continuare il suo monologo, perché la mandai a sbattere contro la parete del corridoio con un colpo secco. Tenendo il mio gomito puntato contro il suo sterno, la guardai dritto negli occhi. «Non ti azzardare a dire una sola parola su mia madre ancora una volta. O farà male. Farà molto male. Ci siamo capite?» Lei cercò di sfuggire dalla mia presa, ma io ero più forte e continuai a tenerla bloccata. «Quindi, la tua risposta?» la incalzai. Adesso ero io ad avere un bel sorriso sarcastico sulla faccia. «Tu sei pazza,» sibilò «completamente pazza.» Feci finta di riflettere sulle sue parole. «Già… forse hai ragione tu. Sono pazza. E sai cosa fanno le persone pazze? Tutto quello che passa loro per la testa. Quindi, di nuovo. Hai capito quello che ti ho detto oppure no?» Alla fine annuì. «Sì, sì… non dirò più… quelle cose.» Sorrisi soddisfatta e la lasciai andare. «Sapevo che eri un tipo sveglio.» Lei scivolò di un paio di passi lungo la parete, portandosi a distanza di sicurezza, e mi rivolse un’occhiata glaciale, cercando di sistemarsi la camicetta che le avevo sgualcito quando l’avevo strattonata. Di sicuro era di qualche marca famosa e costosissima, pensai con una smorfia. Poi si voltò senza dire nulla, allontanandosi svelta e impettita lungo il corridoio. Ridacchiai compiaciuta e mi avviai verso l’uscita. Avevo percorso sì e no una decina di metri quando Ranya, la mia capo Master, sbucò fuori dal nulla. Non era molto più grande di me, avrà avuto ventiquattro anni o giù di lì, ma era uno dei migliori allenatori che avessimo. E quando si arrabbiava c’era poco da scherzare. Cosa diavolo ci faceva lì anche lei? Non sapevo che le residenze fossero così gettonate. «Thea» mi chiamò.Ecco, ora sono nei casini, pensai girandomi verso di lei e sfoderando il mio sorriso più innocente. «Sì, Ranya?» «Non avresti dovuto» si limitò a dire con una faccia impassibile che non faceva presagire niente di buono. Anche se Ranya non era solita a prediche e punizioni, quello che avevo appena fatto, minacciare fisicamente una compagna, era inaccettabile. E sapevo anche che lei avrebbe dovuto riportare al Consiglio dei Master la mia condotta e che loro mi avrebbero dovuta punire. Considerato che avevo già collezionato un notevole numero di richiami e punizioni nell’ultimo anno, a questo punto stavo seriamente rischiando di compromettere la mia carriera. Come, per esempio, rimanendo per sempre all’interno del Palazzo a svolgere qualche incarico d’ufficio o allenando le matricole anziché cacciare gli Azura. «Lo so» risposi. «Ma avevo le mie ragioni.» «Come sempre. Il problema è che a volte le tue ragioni sono un po’ troppo soggettive.» «Questa non era soggettiva, credimi.» Si avvicinò a me, scuotendo la testa con esasperazione. «Hai già quattordici richiami. Sai cosa accade a quindici, vero?» Altroché. Quindici richiami significavano il sopra menzionato lavoro d’ufficio. Mi accigliai, non credevo di essere già arrivata a quel punto. Com’era potuto succedere? «Lo so.» «Dimmi com’è andata,» propose lei «e potrebbe esserci un modo per evitare di riportare al Consiglio il tuo comportamento.» Feci un sorriso tirato. «A me suona come un ricatto.» «A me suona come un’opportunità, invece» replicò lei calma Esitai per un attimo. Non volevo comportarmi come una spiona, certe questioni andavano risolte tra noi ragazzi senza coinvolgere gli adulti, ma di certo non volevo mettere a rischio la mia carriera salvando la faccia a Caterina. «Okay. Ha insultato mia madre. E forse ho reagito un po’ male.» Ranya mi rivolse una lunga occhiata silenziosa. Sapeva quanto mia madre fosse un argomento delicato per me. E lo sapeva anche Caterina. Ero quasi certa che se ci fosse stato un modo per provare quello che stavo dicendo, sarebbe stata lei a essere punita, non io. Ma… be’, non c’era. «Non farò rapporto al Consiglio» disse Ranya dopo qualche istante. «Ma anche se la scuola di allenamento è finita, fino al termine degli allenamenti speciali dovrai continuare a seguire le regole. È chiaro?» Annuii. «Sì. Chiarissimo.» A quel punto mi concesse un piccolo sorriso. «Ho sentito che tu e Serena partirete la settimana prossima.» «Uh, sì. Non vedo l’ora.» «Lo immagino. Ti consiglio di approfittare di quest’occasione, perché quando farete ritorno qui le cose saranno diverse. E più difficili.» Nel pronunciare queste parole notai un’ombra di tristezza attraversare i suoi occhi. Combattere gli Azura non era facile, e spesso gli scontri erano accompagnati da morti numerose. La loro natura sadica e contorta li portava ad attaccare con ferocia qualunque cosa si mettesse sul loro cammino: animali, esseri umani, demoni. Ma noi mezzosangue eravamo le loro vittime preferite, il che non aveva davvero senso. Gli Azura non si cibavano né del nostro sangue né della nostra carne. Non uccidevano per sopravvivere – non che in questo caso la cosa sarebbe stata più accettabile – ma solo per il gusto di farlo e, a quanto pareva, disprezzavano in particolar modo noi mezzosangue in quanto “abietti incroci” tra esseri umani e demoni. Non erano tipi che andavano tanto per il sottile, e non facevano nessuna distinzione tra mezzosangue nati da umani e demoni e mezzosangue nati da altri mezzosangue. Per gli Azura non saremmo semplicemente dovuti esistere. Punto. E, ironia della sorte, eravamo proprio noi “incroci” a diventare con più frequenza cacciatori rispetto ai demoni veri e propri. L’ unione tra il patrimonio genetico umano e quello dei demoni aveva dato vita a una razza, la nostra, esaltando le qualità di entrambe le genie: anche se in termini di forza bruta i demoni puri erano superiori a noi, le nostre difese immunitarie erano migliori, rispondevamo bene alle medicine umane ed eravamo molto resistenti, perfetti per cacciare. Questa era la ragione per cui, secoli e secoli fa, i demoni avevano fatto in modo di unirsi agli umani, e non sempre con metodi “tradizionali”. Adesso era tutto diverso, però, e gli umani che vivevano tra di noi lo facevano consapevolmente, e per propria scelta. Annuii, con la mente di nuovo concentrata sulle parole di Ranya. «Lo so.» Lei scosse la testa. «No, non lo sai. Non fino a quando non affronterai davvero uno di quei mostri.» Aveva ragione, come sempre. Non avevo mai fronteggiato un Azura. Forse, anziché andarmene via per un mese a prendere il sole in qualche sperduta isoletta greca, rimanere a Palazzo e continuare ad allenarmi sarebbe stata la cosa giusta da fare. Ranya sembrò intuire i miei pensieri. «Ma,» concluse «avete tutto il diritto di godervi il vostro mese di vacanza. Al ritorno penserete al resto.» «Sì… lo faremo di certo.» La risposta mi uscì con una nota dubbiosa. «Oh. Ehi, le assegnazioni sono lunedì, giusto?» – eravamo solo a mercoledì. «Sì, lunedì mattina.» Mi guardò con un mezzo sorriso. «Hai qualche preferenza?» Assolutamente sì. Volevo con tutta me stessa essere assegnata a Serena. La caccia agli Azura si svolgeva a coppie, e conoscere perfettamente il proprio compagno era fondamentale. Agire come una sola persona, essere in sintonia, bilanciare le debolezze dell’altro. Io e Serena avremmo funzionato alla grande insieme. Dovevo solo sperare che anche i miei Master pensassero la stessa cosa. «C’è bisogno di chiederlo?» Ranya alzò gli occhi al cielo. «No, hai ragione.» Poi sorrise di nuovo. Era raro vederla così rilassata. Durante gli allenamenti era sempre seria e concentrata, immune a ogni cosa. Compresi gli sguardi ammirati della maggior parte degli studenti maschi. Ranya era bellissima. Aveva un fisico asciutto, lunghe gambe magre, occhi e capelli scuri. Era assurdo che fosse single. Cercai di approfittare del nostro momento di intimità. «Per caso conosci già gli esiti?» «C’è bisogno di chiederlo?» fece lei, echeggiando la mia risposta di poco prima. Scrollai la testa. «Okay, okay. E di sicuro non mi stai per dire se io e Serena saremo insieme. Giusto?» «Sai che non posso» rispose, voltandosi e iniziando ad allontanarsi lungo il corridoio. «Ma se fossi in te, non mi preoccuperei troppo.» Sorrisi. Doveva essere il mio giorno fortunato, quello.

Spero che questa lunga anteprima vi sia piaciuta ^_^

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